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Tano Pisano
Olii e acquerelli
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11.11.2003
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Nel corso di questo tempo presente che pare smarrirsi in vertigini di accelerazione, Tano Pisano scava nicchie di sospensione, pause, intervalli, attimi di quiete. La sua vertigine è piuttosto di segno opposto: reiterare nell'immagine un desiderio di sostanza, una tensione all'assoluto che pur tenga conto di tutto l'effimero, l'inutile e lo scomposto in cui stiamo affondando per trarne forza, per rifiutarlo e tentare di costruire qualche cosa di meglio, di più stabile e rigoroso. La strada è impervia e l'obiettivo è ambizioso ma non dichiarato in questo artista così schivo e lontano dal rumore del quotidiano, non a caso accostabile per poetica e per atteggiamento a Giorgio Morandi. Attenzione, però: Tano non è un morandiano perché dipinge bicchieri e ciotole di dolente limpidezza, di commovente semplicità (anche questo è un effetto del loro essere spiriti affini, non ne è la causa); lo è piuttosto perché, al pari di Morandi, vive la modernità come "senso critico, quindi anche drammatico, dei mutamenti". E' Mario Luzi - luminoso poeta e pensatore raffinato, oggi in Italia uno tra i più alti modelli intellettuali di riferimento - a tracciare questo nitido ritratto del "moderno", distinguendolo esplicitamente dal "contemporaneo" e restituendogli la dignità e la profondità che il concetto ha avuto per gli uomini del XX secolo. "Senso critico dei mutamenti", sapere cioè osservare e giudicare ciò che cambia con quel tanto di distacco partecipe che consenta di sentirne, persino di viverne il dramma. Un distacco partecipe: in questo ossimoro, in questa contraddizione di termini in cui ogni elemento si arricchisce del suo contrario, sta forse una chiave per interpretare l'opera di Tano Pisano, spirito libero, irrequieto e lucido che ha preferito fina dalla prima giovinezza muoversi per l'Europa, fermandosi un po' ora in un paese ed ora in un altro alla ricerca di se stesso e di credibili compagni di viaggio, piuttosto che accertare la logica degli "schieramenti", i giochi di mercato e, in tempi più recenti, gli obblighi della "visibilità". Solo oggi, dopo più di trent'anni di ricerca, Tano si sente pronto a mostrare se stesso attraverso le proprie immagini, e lo fa con tutta l'apprensione ed insieme la forza di chi sa di poter contare su se stesso, sulla propria esperienza e sulle proprie chimere. Le sue opere - tutte, dipinti ad olio e acquerelli in egual misura - sono semplici e colte, affrancate da ogni enfasi, da ogni necessità di racconto, per aspirare solo alla purezza, della luce, alla musicalità della variante. Le forme si cercano, si sfiorano, si accarezzano, si compenetrano fino ad accettarsi l'un l'altra. Ciò che è corpo si fa vuoto d'aria e l'aria assume fisicità, crea nuove forme facendole affiorare dal fondo dello spazio, come nella sequenza di colonne e intercolumni in un tempio dorico, o nello spericolato, esatto castello di carte del giocatore Chardin o nella "costrutta esegesi dei volumi" di una natura morta di Morandi. L'artista riesce così a dare identità alla forme virtuali che si generano negli interstizi, nei vuoti aperti tra i corpi pieni delle cose e crea nuove presenze con l'imporsi dell'ombra, con la sua sensibile materializzazione, con una pittura che si concentra tutta all'interno della forma (ma, qui, anche l'ombra è forma, anche l'ombra ha un suo interno), mentre fuori è solo il bianco a contrarsi ed a distendersi come un lungo, silenzioso respiro. Certo, negli acquerelli l'effetto trasparenza è più totale, e per contro, il colore nei dipinti ad olio ha più corpo fino a brillare in un tocco di rosso squillante e la luce scava ombre più fonde, rendendo l'insieme più teso e drammatico. Ma - come canta Montale - "tendono alla chiarità le cose oscure" e quindi lo stesso destino di evanescenza sensibile, di luminosità distesa attende anche le forme immediatamente più scure e contratte degli oli. Sulle orme dei suoi predecessori, Tano gioca una partita difficile e ambiziosa, perché non concede quasi nulla all'improvvisazione (il suo è un tempo lungo, pausato di riflessione, un tempo che si contrae solo al punto di arrivo, nel gesto nervoso della pennellata, nella stesura rapida del colore) e nulla concede alla fretta, al chiasso, alla superficialità di un presente in cui sembrano vincere soltanto coloro che si agitano, urlano sciocchezze e si ricoprono di penne sgargianti. In più, di suo, Tano ci mette una costante ironia, rivolta con dosata comprensione e qualche asprezza a se stesso come a tutto ciò che si trova intorno, ed un pizzico - e forse qualche cosa di più - di amore per le derive, di umor malinconico, persino di spleen , come il Pierrot di Jules Laforgue che ogni notte riprebnde il suo canto alla luna, pur sapendo che non potrà mai neppure sfiorarla. Ma dalla luce, quella sì, ogni notte si lascia avvolgere per riscaldarsi al suo argenteo splendore.
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