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Edoardo Devetta
Dall’iconismo all’informale nella Trieste del Secondo Dopoguerra
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1.12.2003
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Trieste dedica, a dieci anni dalla scomparsa, una mostra antologica a Edoardo Devetta (1912- 1993), uno dei protagonisti della pittura del secondo novecento, nella nuova sede dei Musei del Canal Grande e negli spazi di Carlo Scarpa del Museo Revoltella. L'esposizione comprende oltre 90 opere rappresentative del percorso pittorico dell’artista che si snoda nell’arco del secondo dopoguerra: dai primi paesaggi iconici degli anni quaranta fino all’informale, linguaggio che gli consentì di esprimere pienamente le sue doti attraverso l’uso straordinario del colore. L’esposizione consente, attraverso quadri, documenti, testimonianze, fotografie, di ricostruire il contesto culturale all’interno del quale è nata e maturata la personalità dell’artista, una delle figure più rappresentative della “triestinità”, durante un periodo storico tra i più travagliati e fervidi della città, che si accinge a festeggiare il 50° anniversario della ricongiunzione all’Italia. Personaggio di grande gentilezza d’animo, Devetta fu molto amato a Trieste e profondamente legato alla sua terra di cui si trovano richiami e vibrazioni cromatiche in tutta la sua produzione. Scelse di dedicarsi alla pittura quando, nel 1940 incontra Tomea durante la guerra, compagno d’armi in un reparto del Genio, divenuto poi amico e maestro, che lo sprona e lo introduce nella Milano degli artisti: viene così in contatto con il gruppo di Corrente e si avvicina al gruppo degli Otto (Afro, Birolli, Corpora, Turcato, Moreni, Morlotti, Santomaso, Vedova). Pur mantenendo rapporti con gli esponenti dei molti diversi movimenti con i quali entra in contatto, dal Fronte Nuovo delle Arti al Gruppo d’Arte Classica Moderna fino al Gruppo degli Otto e a Corrente, procede nella sua ricerca “solitaria” e inizialmente, da indefesso autodidatta - come lo definisce Paola Barbara Sega nell’intervento in catalogo – “si informa con alacrità su tutto quanto gli può essere utile per superare l’autorità e l’austerità delle forme tomeiane".
Così procede la sua evoluzione che, attraverso continui e molteplici passaggi, lo porterà all’informale. Dai paesaggi urbani dei primi anni ’40, solidi e compatti, inseriti in una severa impostazione prospettica di matrice “cézanniana”, Devetta affronta una pittura dalle forme più morbide e armoniose come nella serie dei Nudi nei quali, avvicinandosi a modi picasso-matissiani, dimostra il desiderio di dedicarsi ad un più vivace sperimentalismo. Nei primi anni ’50 l’artista si rivolge ad una nuova serie di paesaggi che, a differenza delle prime vedute di Trieste e Udine ancora legate nei modi e nell’impostazione a Tomea, presentano una particolare originalità nell’appiattimento della prospettiva in favore di una netta distribuzione orizzontale degli elementi compositivi. La rappresentazione figurativa sfuma progressivamente in un ricordo evanescente e il colore diventa protagonista assoluto assumendo un ruolo autonomo sulla tela con una forte presenza fisica e con dense spatolate che consentiranno a Devetta di rafforzare una sorta di identità con il cromatismo della pittura veneta avvicinandosi sempre di più al colorismo tonale di Afro e Santomaso e alle caratteristiche espressive di Ennio Morlotti. Così Devetta si avvicina definitivamente alla pittura informale che rimarrà il suo linguaggio espressivo predominante. Appartengono a questo periodo le opere esposte nella Biennale di Venezia del 1966. L’ informale di Devetta si riconosce per una pittura astratta ed evocativa, in cui resta pur sempre riconoscibile il disegno del paesaggio all’interno del corpo del dipinto che si fa via via più denso e materico, carico di quel tipico colorismo di matrice veneta. Una particolare attenzione merita la svolta verso l’informale che coinvolge anche la produzione sacra di Devetta. La serie delle Crocifissioni degli anni sessanta, dove l’anatomia essenziale del Cristo rappresentato è “intrisa di informe”, si distacca dalle opere dedicate al sacro degli anni quaranta fortemente ispirate alla ieraticità dello schema compositivo dei Dugento – trecentisti senesi e toscani. La vastissima produzione pittorica di Devetta, attesta l’urgenza di un’indagine capillare sulla cultura visivo-multimediale (cinema, fotografia, ecc.) della Trieste dell’immediato secondo dopoguerra per sviscerare la continuità degli impulsi culturali di una città bellissima che ha vissuto, in quegli anni, un clima di grandi travagli.
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