La mostra di questo interessante artista non smentisce la linea curatoriale di Satura, che continuaa privilegiare gli ambiti non sempre facili della ricerca e della sperimentazione. Matteo Bosi (1966),diplomato all'Istituto d'Arte della Ceramica di Faenza nel 1985, intraprende un lungo percorso artistico caratterizzato da una continua sperimentazione che lo porta ad utilizzare molteplici strumenti espressivi; dalla ceramica alla pittura, dalla fotografia alle tecniche digitali. Il tema ricorrente nelle opere di Bosi è il corpo con le sue continue mutazioni. La drammaticità e la sensualità del suo lavoro sembra spingerlo ad entrare dentro la natura stessa della carne. Corpi "contenitori di pensieri " icone fiere della loro inequivocabile e provocatoria diversità. Il tema del corpo e delle sue molteplici mutazioni attraverso innesti, manipolazioni genetiche, appendici tecnologiche è in questo momento il più frequentato e familiare nell'immaginario collettivo, attraversando con modalità interdisciplinari tutta l'arte contemporanea, dalla letteratura alla danza, dal fumetto al teatro al cinema. Una peculiarità del lavoro di Bosi è appunto di far scattare nell'osservatore il ricordo di tantissime altre opere d'arte, non solo figurative, collocandolo al centro di mille audaci incroci, per la sua capacita' di fondere diverse capacità artistiche nella stessa opera: Matteo non è un pittore, non è un performer, non è uno scenografo, non è un fotografo, non è un videoartista, ma è l'ambiziosa somma di tutti questi ruoli. Le polaroid ingrandite sono solo il più frequente, ma non l'unico punto di partenza, sottoposto ad un intenso lavoro di rielaborazione digitale e manuale, teso a minimizzare i contenuti di realtà a favore dell'immersione onirica, di atmosfere liquide ed incerte. Riesce difficile distinguere ciò che è dipinto o disegnato, ciò che è fotografato, ciò che è ottenuto tramite i programmi di elaborazione digitale. Il risultato è accuratamente antirealista, non solo per l'inverosimiglianza delle creature realizzate, ma per la patina di quadro o disegno che Matteo imprime alle immagini.
Enrico Formica
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