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Giuseppe Tominz: "L'arte delle virtù borghesi"


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Trieste 22 marzo 2002

Il Museo Revoltella di Trieste ospita dal 3 marzo al 28 aprile, un'antologica dedicata alle opere di Giuseppe Tominz.
"L'arte delle virtù borghesi", il titolo della mostra, è la prima chiave di lettura di una carrellata di ritratti che, al di là della verosimiglianza, sono lo specchio di un'epoca, di un modo di vivere, di vestire, di arredare e di concepire le virtù borghesi a Trieste tra la fine del '700 e la prima metà dell'800.
Giuseppe Tominz (1790-1866) nacque a Gorizia, e studiò a Roma dove venne in contatto con i maggiori nomi del neoclassicismo dell'epoca, tra cui Canova. Gli anni romani furono decisamente formativi per questo giovane talento che lì crebbe in un ambiente estremamente stimolante e colto. Venuta meno la protezione del suo mecenate, il pittore Domenico Conti Bazzani, Tominz ritornò a Gorizia dove gli furono commissionati alcuni lavori di poco conto. Probabilmente, a causa della morte della moglie ed a causa dei disagi economici in cui era costretto a vivere, Tominz si trasferì nella vicina Trieste, e nel 1922 iniziò una brillante carriera di ritrattista. Grazie alla verosimiglianza dei suoi ritratti, ed al particolare benessere della società triestina della metà dell'800, ogni famiglia benestante dell'epoca commissionava all'artista almeno un ritratto, anche se la tendenza era quella di rappresentare interi gruppi famigliari. Una Trieste neoclassica, formata da tedeschi, inglesi, serbi ed italiani, commercianti e costruttori, che attorno all'800 approdarono nel Porto Franco di Trieste per fondare solide attività commerciali e sfruttare tutte le opportunità che la città offriva. Pur mantenendo una forte identità culturale e religiosa con le origini, questi "borghesi" tendevano ad omologarsi con le tendenze e le mode del luogo, ecco perché, soprattutto nei ritratti ufficiali, compaiono con i costumi, le mode ed i gusti di allora. Il grande merito di Tominz è senza dubbio quello di averci tramandato, attraverso i suoi quadri, gli usi ed i costumi di un'epoca. Il suo è un mondo "Bidermaier", come è stato definito da alcuni critici, che risente del benessere e del ripristino dell'ordine, dopo le guerre napoleoniche, con una spiccata tendenza a rinchiudersi nel privato, nella sfera degli affetti e della famiglia.
Al di là dell'incapacità prospettica tominziana, evidenziata a volte dalla disarmonia delle mani, ciò che più colpisce è l'abbigliamento dei soggetti, la verosimiglianza dei pizzi, dei velluti, delle porcellane e dei gioielli. Le maniche a "farfalla", dette anche a "prosciutto", oppure i guanti gialli degli uomini, denotano i vezzi di allora. Ricche e sontuose sono anche le acconciature a "torretta" delle donne sposate, spesso ritratte con i loro scialli di cachemire, dono di nozze delle loro madri. Impareggiabili anche i gioielli, le perle e le fibbie, spesso incastonate con pietre che iniziavano con la stessa lettera del nome della proprietaria.
Nella saletta dei lussiniani, le sorelle Ragusin sono ritratte con le "bendizze" in testa, cioè i tipici fazzoletti bianchi che usavano portare, sinonimo di un gruppo sociale laborioso, anche se ricco, dedito alle fatiche dei commerci ed al risparmio.
I ritratti successivi, quelli datati attorno al 1830-50, dimostrano una capacità di penetrazione psicologica dell'artista verso i suoi ritratti. Mentre prima Tominz dava maggior rilievo alla verosimiglianza esteriore dei suoi lavori, successivamente acquistò anche un'abilità di notevole rilievo nel rappresentare lo stato d'animo dei soggetti. Nel fare ciò Tominz si avvalse anche dell'illuminazione, quasi teatrale, che creava nei suoi ritratti, spesso enfatizzata dal bianco dei tessuti. Questo aspetto fu decisivo nel determinare la qualità delle sue tele, basti pensare ai ritratti di Nicola Botta, ai coniugi Birti ed al ritratto di suo padre.
Tra le curiosità della mosta, un autoritratto del pittore rappresentato in una posa molto intima, anche se discreta, che fungeva da porta del suo bagno, e la figura di un nano, applicata su una sagoma di legno, che fungeva da ferma porta.

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