Danilo Aquisti è uno dei massimi vignettisti italiani.
Il suo disegno rapido dà movimento ai personaggi delle sue tavole e li rende con pochi tratti irresistibilmente espressivi.
Le didascalie, quando ci sono (la vignetta ideale, dice lui, è quella senza parole), hanno il pregio della brevità.
Nel suo libro "Dica 33", (Edizioni Visual), una signora snob domanda al medico: "Dottore, quali malattie vanno di moda quest’anno?". In "Prego, sorrida", una turista in visita ad uno zoo, estratta la macchina fotografica dalla borsa, domanda al guardiano: "Le spiacerebbe mettere la testa nelle fauci del leone?".
Questo è il suo umorismo: pungente, fantasioso, pirotecnico.

Comincia la sua attività durante il periodo del servizio militare, disegnando vignette contro l’esercito dopo aver ricevuto una punizione.
Una volta tornato alla vita civile, collabora con la pagina umoristica di "Paese Sera", quindi lavora al "Marc’Aurelio" di Vito De Bellis con Attalo, De Seta, Scola, Castellano e Pipolo.
Cerca di allargare il suo giro di affari e comincia a proporre le sue vignette anche ad altri giornali: "L’Europeo", "Grazia", "Gioia", "Settimo giorno".
Nel frattempo inizia a dipingere riscuotendo molto successo: espone a Parigi, Boston, New York, Los Angeles dove i suoi quadri vengono molto apprezzati.
Nel 1966, poche ore dopo l’inaugurazione di una personale e Firenze, l’Arno sommerge tutta la città e le sue opere vengono distrutte, ad eccezione di due, rinvenute in un bar poco lontano.
A Mosca viene annoverato tra i collaboratori del "Kokrodil", famoso giornale satirico; questa esperienza gli sarà molto utile per la stesura del suo libro "Cinquant’anni di umorismo sovietico", edito da Napoleone.

Tra i suoi aforismi più conosciuti ricordiamo "Non rimandare a domani quel che puoi fare dopodomani", che rispecchia un po’ anche il suo modo di prendere la vita.